
Private equity accessibile: i primi fondi retail e ELTIF per piccoli investitori italiani nel 2024
Nel corso del 2024 il panorama degli investimenti italiani ha vissuto una trasformazione significativa. Per la prima volta, il private equity e i mercati privati in generale hanno iniziato a diventare concretamente accessibili anche ai piccoli investitori retail. Grazie al regolamento europeo ELTIF 2.0, entrato in vigore il 10 gennaio 2024, e alla rapida risposta delle società di gestione italiane e internazionali, sono nati i primi fondi retail e i primi veicoli ELTIF (European Long-Term Investment Funds) pensati per un pubblico non più limitato agli istituzionali o agli high-net-worth individuals.
Si è trattato di un passaggio epocale: strumenti storicamente riservati a chi poteva impegnare centinaia di migliaia di euro hanno abbassato le barriere di ingresso, aprendo le porte a una fascia più ampia di risparmiatori. Il risultato è stato un aumento esponenziale del numero di fondi lanciati e un’accelerazione nella raccolta che ha portato, a fine anno, a 48 ELTIF attivi in Italia con oltre 3,5 miliardi di euro di capitali complessivi. Non si è trattato di una moda passeggera, ma dell’inizio di un processo di democratizzazione dei mercati alternativi che ha coinvolto direttamente l’economia reale italiana.
Il private equity classico ha sempre rappresentato un mondo esclusivo. Si tratta di investimenti diretti o indiretti nel capitale di aziende non quotate, con l’obiettivo di supportarne la crescita, la ristrutturazione o l’espansione attraverso un orizzonte temporale medio-lungo, spesso compreso tra i cinque e i dieci anni. I fondi tradizionali di private equity richiedono ticket minimi elevati – frequentemente superiori ai 500.000 euro – e sono destinati quasi esclusivamente a investitori professionali o istituzionali. L’illiquidità è intrinseca: le quote non si possono vendere facilmente sul mercato secondario e i rimborsi avvengono solo alla scadenza del fondo o attraverso operazioni di exit (vendita dell’azienda partecipata o quotazione).
A ciò si aggiungono costi di gestione più alti rispetto ai fondi tradizionali e una complessità operativa che ha finora tenuto lontano la gran parte dei risparmiatori italiani. Eppure, proprio il private equity ha storicamente offerto rendimenti medi superiori a quelli dei mercati quotati, grazie all’accesso diretto alle opportunità di crescita delle piccole e medie imprese. Il divario tra istituzionali e retail era quindi non solo economico, ma anche di opportunità: mentre le grandi casse previdenziali e le fondazioni potevano allocare quote significative a questi asset, il risparmiatore medio restava confinato a azioni, obbligazioni e fondi comuni più liquidi.
L’arrivo dell’ELTIF ha cambiato le regole del gioco. Il regolamento originario del 2015 (UE 2015/760) aveva già tentato di creare un veicolo europeo per convogliare il risparmio verso investimenti a lungo termine nell’economia reale – infrastrutture, PMI, progetti innovativi – ma i vincoli erano troppo rigidi. La percentuale minima di asset “eligibili” era fissata al 70%, la leva finanziaria era limitata, le regole di liquidità scoraggiavano i gestori e, soprattutto, per gli investitori retail esistevano limiti pesanti: soglia minima di 10.000 euro e, per chi aveva un patrimonio finanziario inferiore a 500.000 euro, obbligo di non superare il 10% del proprio portafoglio in ELTIF. Questi paletti avevano frenato lo sviluppo del mercato, che in Europa rimaneva marginale.
Con la revisione approvata nel 2023 e operativa dal 10 gennaio 2024 – nota come ELTIF 2.0 – l’Unione Europea ha introdotto una serie di semplificazioni decisive. La quota minima di investimenti in asset ammissibili è scesa al 55%, consentendo maggiore flessibilità nella composizione del portafoglio. È stata ampliata la gamma di attività eleggibili, includendo green bond, azioni di società fintech, progetti innovativi anche extra-UE (purché generino benefici per l’Unione) e strutture master-feeder. La leva finanziaria è diventata più utilizzabile e sono state favorite formule “evergreen” o semi-liquide, che permettono sottoscrizioni e rimborsi periodici anziché la chiusura rigida del fondo chiuso tradizionale.
Per i piccoli investitori italiani il cambiamento più rilevante è stato l’eliminazione del limite percentuale sul portafoglio: le tutele sono ora affidate alle regole MiFID II (valutazione di adeguatezza e appropriatezza) e a una maggiore trasparenza sui costi e sui rischi. L’Italia si è rivelata tra i mercati più reattivi. La CONSOB ha approvato rapidamente numerosi prospetti, mentre le società di gestione hanno colto l’opportunità per strutturare offerte retail. Il risultato è stato un vero e proprio boom: nel solo 2024 sono stati lanciati più ELTIF che nei tre anni precedenti messi insieme, con un’accelerazione particolare nella seconda metà dell’anno.
Tra i primi esempi emblematici spicca l’Algebris PMI Innovative ELTIF, lanciato a febbraio 2024 da Hedge Invest in collaborazione con Algebris. Si tratta di un fondo PIR alternativo focalizzato sulle piccole e medie imprese italiane innovative, con particolare attenzione a ricerca e sviluppo, brevetti e capitale umano qualificato. Il veicolo ha permesso di canalizzare risorse verso l’economia reale nazionale, beneficiando anche di vantaggi fiscali specifici per i PIR alternativi (esenzione da imposta sui capital gain dopo cinque anni e, in certi casi, detrazione del 30% per le persone fisiche).
A dicembre 2024 la CONSOB ha dato il via libera alla commercializzazione del Finint ELTIF Private Markets, gestito da Finint Investments SGR, un fondo chiuso non riservato dedicato a mercati privati con focus su private equity e infrastrutture. Anche EQUITA Capital SGR aveva già sul mercato dal 2021 il suo EQUITA Smart Capital – ELTIF, ma nel 2024 ha beneficiato del nuovo quadro normativo per ampliare la distribuzione retail.
Non sono mancate le iniziative internazionali con distribuzione italiana. Gestori come M&G hanno esteso al pubblico retail il proprio Corporate Credit Opportunities ELTIF, orientato al private debt con strategie di credito privato. Pictet ha lavorato su veicoli real estate, mentre altri big globali hanno iniziato a preparare fondi evergreen. Verso fine anno sono emersi i primi segnali di collaborazione tra player italiani e internazionali, come quella tra Banca Sella e Partners Group per il lancio del primo evergreen private equity ELTIF italiano, che ha abbassato ulteriormente la soglia di ingresso a 10.000 euro e introdotto meccanismi di liquidità periodica.
Le caratteristiche tecniche di questi nuovi ELTIF li rendono particolarmente adatti ai piccoli investitori. Molti fondi hanno mantenuto la soglia minima formale di 10.000 euro, ma le piattaforme digitali e le reti distributive hanno iniziato a offrire soluzioni più flessibili, con possibilità di piani di accumulo o tranche più piccole in alcuni casi. La formula evergreen permette di entrare e uscire con frequenza trimestrale o semestrale, mitigando – seppur parzialmente – il problema dell’illiquidità tipica del private equity. I portafogli sono diversificati: un mix di private equity diretto, private debt, infrastrutture sostenibili e investimenti in PMI italiane o europee.
L’obiettivo dichiarato dai gestori è duplice: da un lato supportare la crescita dell’economia reale (finanziando aziende che creano occupazione e innovazione), dall’altro offrire ai risparmiatori un’esposizione a classi di attivo con bassa correlazione ai mercati quotati. In un contesto di tassi in discesa e inflazione persistente, questa diversificazione è diventata un tema centrale nel dibattito finanziario italiano.
L’Italia ha una posizione privilegiata in questo processo. Il nostro Paese è leader europeo nella commercializzazione retail degli ELTIF, con oltre un terzo delle masse raccolte a livello continentale destinate a clienti individuali. Il motivo è chiaro: l’elevato tasso di risparmio delle famiglie italiane (tra i più alti d’Europa) incontra un tessuto produttivo fatto di oltre 4 milioni di PMI che necessitano costantemente di capitali per innovare e internazionalizzarsi. Gli ELTIF rappresentano quindi un ponte ideale tra risparmio privato e bisogni dell’economia produttiva.
Le società di gestione hanno risposto con rapidità. Oltre ai nomi già citati, gruppi come Anima, Eurizon e altri hanno esplorato o annunciato veicoli ibridi. Le reti bancarie tradizionali e le piattaforme online hanno iniziato a integrare questi prodotti nei propri cataloghi, rendendoli raggiungibili anche attraverso consulenti finanziari. Il ruolo della CONSOB è stato fondamentale: l’autorità ha approvato in tempi rapidi i prospetti, garantendo al contempo trasparenza sui rischi e sui costi.
Naturalmente, l’accesso ai mercati privati non elimina i rischi intrinseci. Gli ELTIF restano strumenti illiquidi per natura: anche con le nuove regole evergreen, i rimborsi possono essere soggetti a limitazioni o notice periods. La valorizzazione delle quote avviene spesso con metodi mark-to-model, meno trasparenti rispetto ai NAV giornalieri dei fondi tradizionali. I costi di gestione sono generalmente più elevati (tra l’1,5% e il 2,5% annuo più carried interest) e l’orizzonte temporale consigliato rimane lungo. Inoltre, l’esposizione a PMI e infrastrutture comporta rischi settoriali, geografici e di esecuzione. Questi elementi sono stati descritti con chiarezza nei prospetti e nei materiali informativi distribuiti nel 2024, in linea con gli obblighi di trasparenza MiFID.
Dal punto di vista macroeconomico, il 2024 ha segnato l’inizio di un trend più ampio. Secondo proiezioni di istituti internazionali, entro il 2027 oltre il 50% dei flussi verso i mercati privati a livello globale potrebbe provenire da investitori individuali. In Italia questo processo è stato accelerato dalla necessità di finanziare la transizione green, la digitalizzazione e la crescita delle startup. Gli ELTIF si inseriscono perfettamente in questo quadro, contribuendo alla tanto invocata Capital Markets Union europea.
A fine 2024 il mercato italiano contava quindi 48 veicoli attivi, con una raccolta che ha superato i 3,5 miliardi di euro. Numeri che, pur ancora modesti rispetto al totale degli asset gestiti nel Paese, rappresentano un punto di partenza importante. I fondi lanciati hanno privilegiato strategie miste: circa il 40% orientato a private equity, il resto a private debt e infrastrutture. Particolare attenzione è stata rivolta alle PMI innovative e ai settori sostenibili, in linea con gli obiettivi UE di Next Generation EU e Green Deal.
Guardando al futuro, il 2025 si preannuncia come l’anno della maturazione. Nuove piattaforme digitali stanno integrando gli ELTIF con soglie ancora più accessibili e processi di sottoscrizione semplificati. Gestori internazionali come Amundi, BlackRock e Apollo hanno iniziato a preparare veicoli multi-manager evergreen destinati anche al mercato italiano. L’ecosistema si arricchisce di strumenti ibridi che combinano private equity con elementi di liquidità e fiscalità agevolata.
In sintesi, il 2024 resterà negli annali come l’anno in cui il private equity ha smesso di essere un privilegio esclusivo. Grazie agli ELTIF e ai primi fondi retail, i piccoli investitori italiani hanno potuto affacciarsi su un mondo finora precluso, contribuendo al contempo al finanziamento dell’economia reale. Si è trattato di un passo importante verso una maggiore inclusione finanziaria, in un contesto normativo europeo che ha finalmente messo al centro il risparmiatore retail senza sacrificare la tutela. Il cammino è solo all’inizio, ma le basi poste nel 2024 hanno aperto scenari nuovi e affascinanti per il risparmio italiano.

